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UN ANNO FA IL TENTATIVO DI DISTRUZIONE DEI PICCOLI COMUNI. OGGI LA NUOVA GOVERNANCE DELLE TERRE ALTE

Il 13 agosto 2011 il Governo varava la manovra d'estate con il programma di cancellazione della democrazia sui territori. Il punto 365 giorni dopo

Il 13 agosto 2011, il Governo Berlusconi varava la "manovra d'estate" andando a cancellare i piccoli Comuni con meno di mille abitanti (597 su 1.206 in Piemonte) obbligandoli a fondere bilanci e funzioni. Una distruzione della democrazia e della rappresentanza dei territori, annunciata dall'Uncem a poche ore dall'emanazione del testo e ribadita in una serie di manifestazioni di piazza - con migliaia di amministratori - iniziate a Torino il 22 agosto, in piazza Castello, proseguite a Milano e Roma. «Tre anni prima era toccato alle Comunità montane - evidenzia Lido Riba, presidente Uncem Piemonte - poi ai piccoli Comuni, istituzioni più vicine ai cittadini. In centinaia di Consigli comunali aperti, da agosto a ottobre, ribadimmo la ferma opposizione agli attacchi agli enti locali additati come male del Paese. L'accorpamento forzoso dei Comuni voluto da quel Governo, distruggeva la montagna, i territori marginali dove il Comune è un punto fermo, dove gli amministratori esercitano il vero e unico "volontariato amministrativo". Oggi quegli articoli scellerati della manovra d'estate 2011 sono stati spazzati via, grazie alla determinazione di una serie di azioni incisive, che hanno rivelato l'ideologia distruttiva di quei provvedimenti, incapaci di generare risparmi per lo Stato, ma piuttosto di eliminare la democrazia».

«A un anno di distanza dal blitz ferragostano di Calderoli - afferma il presidente nazionale dell'Uncem Enrico Borghi, sindaco di Vogogna e presidente della Commissione Montagna Anci - possiamo dire che la situazione è stata ben reimpostata, e che Governo e Parlamento hanno finalmente compreso la nostra logica realmente riformista accantonando (si spera definitivamente) furori razionalizzatori dietro i quali si celano evidenti interessi di colonizzazione dei territori montani. La nascita delle Unioni dei Comuni montani, che rappresentano l'evoluzione delle Comunità Montane, è un momento storico per costruire una governance che sappia far mantenere nelle mani delle popolazioni locali le redini di un destino che sembra sempre più deciso da soggetti esterni. La nostra scommessa riformatrice parte da qui, e penso che gli amministratori dovranno mettere al centro delle proprie scelte politiche e istituzionali il tema del futuro, che sarà la gestione dei beni comuni in un'ottica di mercato. Su questo, a cominciare dall'acqua, ne vedremo delle belle o delle brutte a seconda di come la politica deciderà di essere: se protagonista e democratica o ancillare e funzionale ai centri di potere finanziari e mediatici. Perché discutere di istituzioni locali significa discutere della qualità della nostra democrazia».

«A settembre, il Consiglio regionale esaminerà il disegno di legge che riordina il sistema gli enti locali piemontesi - aggiunge Lido Riba - Il testo iniziale nel quale le Comunità montane venivano liquidate è stato pesantemente modificato in Commissione, grazie anche al lavoro dell'Uncem. Nella conversione in legge sarà necessario guardare alle esperienze quarantennali di gestione associata dei servizi da parte dei Comuni montani e alla necessità di lavoro per lo sviluppo socio-economico delle Terre Alte. Si tratta di quanto previsto dall'articolo 44 della Costituzione e contenuto anche nell'articolo 19 comma 3 della "spending review". Sarebbe drammatica la decisione di frammentare il territorio montano piemontese in cinquanta-sessanta unioni da tremila abitanti o poco più. La Regione dovrà guidare il processo di riordino e non nascodersi dietro a una fantomatica libertà di scelta lasciata ai sindaci. Moltiplicare le 22 Comunità montane avrebbe conseguenze negative sulla spesa pubblica, sulla governance dei territori e soprattutto sulla costante necessità di creare opportunità di progresso sociale ed economico per le Terre Alte. Daremo tutto il nostro apporto al Consiglio regionale, come lo faranno i territori, dove ancora una volta, sarà importante puntare sul futuro, sulla democrazia e sulla partecipazione, rinunciando, in un disegno complesso ma lungimirante, al minimalismo e al campanilismo».

 

Uncem
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