ITALIA OGGI: "COMUNITA' MONTANE IN SALVO"

Ampio servizio di Francesco Cerisano sul quotidiano uscito martedì 14 agosto 2012

Le comunità montane cambiano pelle, ma si salvano di fatto dall'abrogazione. Anche grazie al taglio delle province. Gli enti montani potranno continuare a sopravvivere, trasformati in unioni di comuni , e avranno pure più poteri perché, sotto questa nuova veste, svolgeranno le funzioni che i minienti dovranno obbligatoriamente gestire in forma associata a partire dal 2013. Ci ha pensato Mario Monti con la spending review a mettere in cassaforte gli enti di montagna, bersaglio cinque anni or sono del primo tentativo di riduzione dei costi della politica.

Con la Finanziaria 2008 il governo Prodi ha provato a sopprimere gli enti di montagna, ma poi la Corte costituzionale (sentenza n. 237/2009) ha affidato la competenza in materia alle regioni stabilendo che lo Stato non avesse il potere di eliminare le comunità ma tutt'al più di decretarne una morte lenta e graduale non finanziando il fondo che le alimenta.

La patata bollente è passata così ai governatori che in questi anni hanno fatto poco o nulla. A parte qualche eccezione (Basilicata, Liguria, Molise, Puglia, Toscana e Friuli-Venezia Giulia) le regioni hanno progressivamente ridotto i trasferimenti alle comunità montane senza però avere il coraggio di eliminarle del tutto o trasformarle in unioni. Tanto che, ad oggi, se ne contano ancora 161. E mentre in alcune regioni (Piemonte e Veneto), senza l'intervento salvifico della spending review, gli enti sarebbero dovuti scomparire entro fine anno, in altre, come la Lombardia, prendere tempo alla fine ha giovato. In tutti questi anni l'assessore al bilancio del Pirellone, Romano Colozzi, non ha mai voluto saperne di staccare la spina alle comunità montane, anzi ha puntualmente compensato con 9 milioni di euro di finanziamenti regionali i contributi erariali soppressi. 

C'è stato anche chi, come il Molise, è arrivato a commissariare gli enti attribuendo le loro funzioni all'ennesima agenzia regionale costituita ad hoc (con conseguente aggravio di spesa pubblica) o chi, come la Calabria, ha provato a fare lo stesso ma non ha avuto abbastanza tempo. Perché, come detto, la spending review (art.19 del dl 95/2012 atteso oggi in G.U.) ha rimesso le cose a posto. Tanto che ieri le comunità montane hanno celebrato una loro, particolarissima, ricorrenza. Esattamente un anno fa, il 13 agosto 2011, la manovra d'estate del governo Berlusconi (dl 138/2011), con una norma molto discussa (art. 16), aveva imposto ai comuni con meno di mille abitanti di mettersi insieme fondendo bilanci e funzioni. Una forzatura che secondo il presidente di Uncem Piemonte, Lido Riba, «avrebbe distrutto la montagna» e con essa «i territori marginali dove il comune è un punto fermo e gli amministratori locali sono volontari» al servizio dei cittadini.

A un anno di distanza tutto è cambiato perché il decreto sulla riduzione della spesa pubblica, pur obbligando gli enti sotto i 5.000 abitanti (o sotto i 3.000 se montani) a esercitare le funzioni fondamentali in forma associata a partire dall'anno prossimo (cominciando con tre su nove fino ad arrivare a metterle insieme tutte dal 2014, si veda tabelle in pagina), ha lasciato ampia libertà di scelta sulla forma associativa da scegliere tra unione e convenzione. Non solo. Potrebbe sembrare un paradosso, ma un punto a favore della sopravvivenza delle comunità montane potrebbe proprio arrivare dal riordino delle province. «Se con il taglio degli enti intermedi si stabilisce per esempio che le competenze in materia di risorse idrogeologiche passano ai comuni, si dovranno costituire unioni di dimensioni tali da ricomprendere un intero bacino», spiega a ItaliaOggi Enrico Borghi, presidente della commissione montagna dell'Anci. «In questa nuova prospettiva l'esperienza di governo del territorio delle comunità montane sarà fondamentale. Ecco perché la nascita delle unioni montane rappresenta un momento storico per far mantenere nelle mani delle popolazioni locali le redini di un destino che sembra sempre più deciso da soggetti esterni». 

E così, a tempo di record, le regioni, anche quelle che avevano deciso di fare sul serio, tornano sui loro passi. Lo farà il Piemonte che a settembre porterà in consiglio un correttivo del ddl sulla messa in liquidazione delle comunità montane dal 31/12/2012. E lo farà il Veneto che ha presentato un progetto di legge bipartisan che trasforma le comunità montane in unioni. Tirando le somme, cinque anni di riforme annunciate per un nulla di fatto. Un precedente che non induce all'ottimismo quando il riordino delle province entrerà nel vivo. Anche perché l'iniziativa dovrà nuovamente partire dalle regioni.


Uncem
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