Cancellare le comunità montane danneggia tutti

Territorio frammentato con le nuove mini-Unioni di Comuni. Forti preoccupazioni dell'Uncem per i 450 dipendenti e per l'eliminazione di enti previsti dallo Statuto regionale (articolo 8), con 80 milioni di bilancio complessivo.
LIDO RIBA

Quarant'anni di storia, 450 dipendenti, 553 Comuni riuniti per la gestione dei servizi associati, i progetti di sviluppo socio-economico, i programmi di tutela dell'assetto idrogeologico nel 52 per cento del territorio del Piemonte, 80 milioni di euro complessivi di bilancio (a fronte di 20 milioni di trasferimento regionale). Sono solo alcuninumeri delle 22 Comunità montane piemontesi, che oggi alcuni esponenti della Giunta regionale vorrebbero cancellare per lasciare spazio a nuove piccole Unioni con minimo 3.000 abitanti. Una scelta che lascia fortemente perplessi i 22 presidenti, gli amministratori, i sindaci di Comuni montani. L'Uncem ha espresso parere negativo sul progetto - non ancora ufficializzato - in una lettera inviata oggi a tutti i sindaci, al presidente della Regione Roberto Cota, al presidente del Consiglio regionale Valerio Cattaneo, agli assessori regionali Elena Maccanti e Roberto Ravello. «L'ipotesi di eliminare le Comunità montane, che sono già unioni di Comuni - spiega Lido Riba, presidente di Uncem Piemonte - è assurda e comporterebbe un grave danno per il Piemonte e per la storia della politica montana italiana, nata proprio qui, nell'immediato dopoguerra. Spazzare via quarant'anni di storia delle Comunità montane, nate con la legge 1.102 del 1971, è una scelta priva di concreti fondamenti, se non ideologici. Non è così che si risponde ai provvedimenti nazionali come l'articolo 16 della legge 148 del 2011, l a manovra d'estate, che obbliga i Comuni con meno di tremila abitanti a gestire i servizi in forma associata. Le Comunità montane lo fanno da quattro decenni. E sull'articolo 16, sui quali pesano già ricorsi alla Consulta per incostituzionalità, nessuna regione ritiene di legiferare, vista l'assurdità del provvedimento e l'inapplicabilità di un testo contorto e che non comporta effettivi risparmi alla spesa pubblica. Il Consiglio delle Autonomie locali ha chiesto alla Regione Piemonte di presentare ricorso alla Corte Costituzionale contro l'articolo 16, a difesa e a tutela dei piccoli Comuni. Senza contare che in Parlamento si riapre in questi giorni il dibattito sulla Carta delle Autonomie, dove il 16 potrebbe essere rivisto. Se in Piemonte vogliamo fare i più realisti del re, rischiamo di farci male». «Non è un caso - fa notare Riba - che l e Comunità montane, capaci nel loro bilancio complessivo di moltiplicare quattro volte il trasferimento regionale di venti milioni di euro, siano previste dallo Statuto all'articolo 8. Oggi, mi tornano in mente le parole di apprezzamento da alcuni assessori e consiglieri regionali per il lavoro svolto dalla Comunità montana Valli Orco e Soana, che ad aprile ha ricevuto dal Ministro Brunetta il primo premio nazionale Qualità Pubblica Amministrazione, lanciato dalla Presidenza del Consiglio. Un riconoscimento che ha mostrato l'efficienza dell'ente e di tutto il sistema istituzionale montano piemontese».  


Le ipotesi di "ricostruzione" del territorio in Unioni, che assorbirebbero anche gli attuali dipendenti delle Comunità montane, destano particolare preoccupazione. «Frammentare il Piemonte in mini-Unioni, porterebbe a una generale fragilità di questi enti intermedi - prosegue Riba - che in montagna vanno costruiti non considerando solo criteri demografici, ma le reali aree geografiche e la conformità territoriale. Sulla base dell'articolo 16, si andrebbero comunque ad aggregare in cinquanta unioni solo duecento Comuni con meno di tremila abitanti, escludendo le città più grandi, fulcro dei servizi per i territori montani. Non conteranno niente rispetto a unioni di 100mila abitanti che oggi stanno nascendo nell'area torinese. Tutti sappiamo bene quanto sarà complesso per le unioni, o per i singoli Comuni, assorbire i dipendenti delle Comunità montane, fra i quali sono cresciute preziose professionalità. Le unioni, nascono infatti per gestire i servizi con delle economie tra i Comuni che ne fanno parte e sul lungo periodo verranno diminuiti i trasferimenti della Regione, come successo in altre realtà italiane. Come faranno a pagare i dipendenti? Siamo fortemente preoccupati. Quello delle piccole unioni è un tranello in cui non vogliamo cadano i sindaci. Il passaggio successivo all'unione, è la fusione, l'accorpamento dei piccoli Comuni dove gli amministratori esercitano da sempre un "volontariato amministrativo" incompreso nei palazzi romani del potere». Le mini-Unioni non sarebbero in grado di svolgere i compiti riferiti allo sviluppo, per i quali servono aggregazioni di almeno 8-10mila abitanti. Le competenze dal basso, le funzioni svolte in forma associata, finiranno per non garantire risorse esterne ai Comuni. E anche l'ipotesi della "convenzione" prevista dall'articolo 16, porterà i Comuni all'annullamento, alla cancellazione di ogni autonomia di bilancio. 


L'Uncem riapre la via del dialogo con la Giunta e con il Consiglio regionale, attorno a proposte di riorganizzazione e ottimizzazione della rete delle Comunità montane, guardata con grande attenzione dalle regioni d'oltralpe e da altre regioni italiane. «Oggi il sistema non può saltare - affermano il presidente dell'Uncem Piemonte Riba e il presidente nazionale dell'Uncem Enrico Borghi - e la Regione non può certo agire annullando quarant'anni di storia per costruire in due mesi un sistema migliore di piccole aggregazioni, attraverso l'"autodeterminazione" dei sindaci. La politica e le istituzioni non possono derogare le decisioni attorno a un processo fondamentale per il futuro del Piemonte montano, un territorio capace di produrre il 15 per cento del Pil. Non è così che si valorizzano i Comuni e gli amministratori: non è così che prevalgono le scelte democratiche. Frantumare non aiuta a gestire processi di sviluppo socio-economico in montagna richiesti dai Comuni e dai cittadini, proprio come previsto dagli articoli 44 della Costituzione italiana e 131 della Carta di Lisbona. Tre le nostre disponibilità: rivedere i criteri di montanità del territorio, tenendo conto delle differenze tra Alpi e Appennini e delle specificità territoriali; rivedere alcune aree omogenee; modificare il sistema di governance e di elezione dei rappresentanti dei Comuni, purché non vi siano solo sindaci negli organi decisionali, ma un gruppo di amministratori capaci di guidare processi di sviluppo socio-economico su area vasta».

Uncem
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